Idoli, Illusioni e Impostori

O, che cosa succede quando credi all’eventualità di aver scoperto un maestro e invece inciampi nell’ennesimo, grandissimo, stronzo.

È passato poco meno un mese dall’ultimo Salone del Libro di Torino. Naturalmente non vado mai a un Salone senza tornare stracarico di letture; cui mi dedico secondo un personale calendario emotivo e nell’ordine suggeritomi dalle mie curiosità o ricerche. Ora, seguendo l’interesse destato da numerose , parziali, e sempre riprese, ma mai terminate letture, mi ero risoluto a leggere, prima o poi per intero e con metodo, – atteggiamento che riserbo al 90% dei testi che mi siano finora capitati fra le mani -, anche le opere di questo soggetto, il cui nome non mi abbasserò più a ripetere, se non per descriverne la bassezza. Vi basti dunque la foto.

Perché un giudizio così tranchant? Perché un così radicale, pervasivo, definitivo disprezzo?

Perché da me la coerenza non la si può offendere più di tanto, e comunque con tolleranza ampia persino quanto all’offesa alla verità.

Perché perdono la debolezza o l’errore involontario. Perché posso passare assai più generosamente sopra all’ignoranza. Ma non al facciamerdismo di chi mi ciancia di sviluppo, perfezione, risveglio, e poi supera coi fatti e le azioni un paletto invalicabile nella direzione opposta in piene scienza e coscienza. E parlo in tal caso di chi la supera – mi si intenda bene!-, non una prima, unica, volta e magari, messo di fronte al tradimento più spudorato di quanto afferma e dice di essere, contemplando il risultato della propria infamia, almeno, si pente, si vergogna e cambia idea.

No.

Parlo di chi ha avuto il metodo e la volontà di commettere la stessa merdosa azione per ottanta volte, e quando questo accade è chiaro che non si possiede un’anima dentro OPPURE si è un avanzo di furibonda ipocrisia farabutta e bugiarda. Soprattutto se a distanza di decenni ti ostini a spacciarti per illuminato, maestro, latore di morale e risveglio riferendo allegramente questa lurida porcata senza neppure la benché minima ombra di rimorso.

Perché a cinquant’anni ormai suonati, mi sarei rotto i coglioni di diplomati tangheri che si fanno belli con le più seducenti argomentazioni e poi torturano l’innocenza.

Dopo un po’ la buonafede malriposta puzza peggio di centomila carogne.

Essendomi dato finalmente la pena di dedicarmi agli scritti di costui, confesso – e questo vada tranquillamente sul conto della mia coglioneria! -, di essermi commosso sul ritratto del padre, sulla figura e sugli insegnamenti del Reverendo Padre Borsch, di essermi appassionato come davanti a un film di Indiana Jones o alle peripezie di un povero Don Quixote manchego al girovagare di questo ceffo per l’Asia in cerca del mistero e della Conoscenza. Ero veramente felice di aver trovato qualcosa che potesse appassionarmi, oggi a mezza etá deluso dal mondo e dagli uomini, come un ragazzino a un personaggio e a altri, che potessero forse chiamarsi, come l’Ulisse del Mito, a pieno titolo “straordinari”.

Fino alla maledetta pagina 194. Fino a Samarcanda.

«Uscito dal negozio, andai nel giardino pubblico e sedetti su una panchina all’ombra degli alberi per riposare. Il mio Philos [il cane] si accucciò accanto a me.

Immerso nei miei pensieri, guardavo gli alberi dove i passeri volavano di ramo in ramo nella quiete e nella frescura. Improvvisamente mi venne un’idea: “Perché non cercare di guadagnare danaro con i passeri? Gli abitanti del posto, i sarti, amano molto i canarini e altri uccelli canori. In che cosa un passero sarebbe peggio di un canarino?” […] strappai dalla coda dei cavalli i crini che mi occorrevano per fabbricare dei lacci, che disposi in vari luoghi. Per tutto il tempo Philos mi osservò con grandissima attenzione. Presto un passero fu preso al laccio. Lo staccai delicatamente e lo portai a casa.

Chiesi delle forbici alla padrona di casa e cominciai col tagliare le ali del mio passero per dargli la forma di un canarino, poi lo colorai in modo fantastico con i miei colori all’anilina. Portai quindi questo passero nella Vecchia Samarcanda, dove lo vendetti subito, facendolo passare per un “canarino americano” di una specie rara per cui chiesi due rubli.

Con questo denaro comprai immediatamente alcune gabbie dipinte, molto semplici, e mi misi allora a vendere i miei passeri in gabbia.

In due settimane, vendetti quasi ottanta di questi canarini americani.»

(georges ivanovich gurdjeff, Incontri con uomini straordinari, Milano, Adelphi 1977)

Come dicevo. Fino a Samarcanda. Nec plus ultra.

Qui termina e per sempre ogni mia possibile considerazione di un ciarlatano del genere, perché posso dialogare con tutto, ma non con chi fa questo a degli animali, a degli innocenti e piccoli, spacciandosi per uomo di luce, di sapienza, di perfezionamento, di saggezza, vantandosene pure nelle sue “memorie” come se niente fosse. Persino il tuo cane li ammazzava per mangiarli, non li seviziava per truffare qualcuno! Se fai questo, per ottanta volte, e non ti rendi conto della portata del gesto sui tuoi cosiddetti “insegnamenti”, neanche venti o trenta anni dopo… puoi anche riempire la Biblioteca di Dio di bei discorsi su “risveglio”, “umanità”, “trascendenza”, “saggezza”, “conoscenza”, “verità” e “angeli”…

…ma non sei un Maestro. Non sei neppure al livello di a milioni di altri furfanti che perlomeno non fingono di essere dei risvegliati, ma continuano a fare la vita da bastardi opportunisti senza pietà per niente e nessuno che non siano se stessi. Che non giocano a fare gli idoli, che non illudono oltre i loro meschini traffici, e, se fanno i furbi e gli impostori, almeno non ci tirano su libri di cazzate, ma tacciono sperando che il silenzio li protegga ancora mentre fottono il prossimo.

Non sei un Maestro. Sei peggio di un cane. Non arrivi neanche al livello latrina.

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